Un’apologia di Erode: l’infanticidio tra i primati

Lo scopo ultimo della riproduzione e’ tramandare i propri geni, ma per i due sessi le cose funzionano diversamente, poiché la madre e’ sempre certa, il padre no. Nei maschi la lotta per assicurarsi la paternità e’ feroce, lo vediamo anche sui giornali con la storia degli uteri in affitto: non c’e’ regola che non si sia disposti a infrangere pur di tramandare i propri geni. Per le femmine e’ differente, per loro tramandare i geni significa assicurare la sopravvivenza alla prole, quindi la lotta si fa sulle risorse e sulla scelta del partner “più adatto” a garantire la sopravvivenza ai figli. Gli interessi contrapposti del maschio e della femmina (a dispetto di chi ci parla di “famiglia tradizionale”) non sono, purtroppo, senza conseguenze, e a farne le spese sono proprio chi questi geni dovrebbe portarli nel futuro, i figli, che non sempre sopravvivono in questa lotta di geni “egoisti”.

Per gli Homo sapiens dell’emisfero occidentale degli ultimi 2-3 secoli l’infanticidio e’ uno dei principali tabù, insieme al cannibalismo e all’incesto. Questo però non vale necessariamente per gli altri primati più o meno antropomorfi e, per dirla tutta, non vale in realtà neanche per gli Homo sapiens.

I primati infanticidi più studiati sono i langur (Presbytis entellus), una specie di colobine che vive nel subcontinente indiano. Questi primati sono abbastanza rigidamente vegetariani e hanno una struttura sociale basata su un gruppo di femmine imparentate tra loro che costituiscono l’harem di un maschio dominante. I giovani maschi si riuniscono in gruppi erratici che contano da 2 a 60 individui e fanno vita indipendente ma, occasionalmente, possono entrare in conflitto con il maschio dominante di un harem, cacciarlo via, e rimpiazzarlo con un nuovo alfa.

Una volta insediatosi e allontanati gli altri maschi concorrenti il nuovo dominante uccide a morsi tutti i piccoli non svezzati, anche se nati dopo il suo insediamento. Il motivo di questa brutale strage di innocenti e’ condiviso con altre specie di mammiferi che hanno una struttura sociale simile, come i leoni e, in minor misura, i gatti. L’usurpatore ha fretta, non sa quanto riuscirà a rimanere in quella posizione di dominanza prima che il precedente leader o un nuovo maschio gli sottraggano la possibilità di riprodursi. Una femmina in allattamento non va in estro, quindi per generare i suoi primi cuccioli il nuovo alfa deve aspettare che il piccolo sia completamente svezzato e che la madre sia abbastanza in forma da entrare di nuovo in estro per lui, e ciò può richiedere molti mesi o addirittura 2-3 anni. Uccidendo il piccolo la madre torna in estro entro pochi giorni e può accoppiarsi con lui, garantendogli successo riproduttivo e la possibilità di tramandare i propri geni.

E’ interessante notare che le femmine di langur sono madri devote e sono state viste tenere tra le braccia il proprio piccolo anche per giorni dopo che e’ morto, in circostanze normali. Nel caso di piccoli feriti dai morsi del nuovo maschio, invece, le femmine si sono limitate ad abbandonarli al loro destino. Non per crudeltà ovviamente, questa e’ un’antropizzazione. Semplicemente, in termini puramente evolutivi, devono investire in una nuova generazione se vogliono tramandare il loro DNA, perché per i figli non svezzati del vecchio capo non ci sono comunque speranze. A loro discolpa c’e’ da dire che cercano comunque, per quanto possibile, di difendere il piccolo dagli attacchi del maschio sino a che il baby-langur non viene ferito.

Tra le scimmie urlatrici rosse del Venezuela (Alouatta seniculus) l’infanticidio e’ considerato frequente. Queste scimmie hanno una struttura sociale più aperta rispetto ai langur e in un branco, in alcuni casi, vi possono essere più maschi adulti non imparentati. Le femmine, dal canto loro, si accoppiano con più maschi ma sembra che le chances di paternità siano più alte per il maschio residente e dominante che per quelli di passaggio. Gli infanticidi osservati erano praticati dai maschi solo su figli di altri maschi, mai sui loro, ma come facciano a sapere chi sia il padre, visto che le femmine si accoppiano con più maschi, non e’ chiaro. A volte anche giovani non riproduttivi uccidono i neonati, e le madri spesso non si accoppiano con l’infanticida; in alcune occasioni sono state osservate uccisioni di piccoli già in svezzamento, quando la madre era già in estro. Tutto questo porta alla conclusione che l’infanticidio a scopo di vantaggio riproduttivo non si applichi alle scimmie urlatrici del Venezuela e le cause siano da ricercarsi altrove. Si ipotizza, di conseguenza, che l’infanticidio, per questi primati, sia causato dalla competizione per le risorse: il cibo e’ il fattore limitante per queste scimmie di savana ed eliminare la concorrenza assicura la sopravvivenza.

L’unica scimmia antropomorfa che ha una struttura sociale ad harem con un maschio dominante e’ il gorilla. Non sorprendentemente, il pattern comportamentale e’ lo stesso. Le osservazioni di Dian Fossey e di altri ricercatori ci dicono che se muore il silverback e’ facile che i suoi cuccioli vengano uccisi da altri maschi per far sì che le femmine tornino feconde, ma e’ anche possibile, sebbene più raro, che i cuccioli muoiano durante scontri tra maschi non imparentati per la dominanza di un gruppo. Complessivamente, l’infanticidio da parte di conspecifici causa un terzo delle morti infantili tra i gorilla. Le femmine non hanno modo di opporsi all’uccisione dei gorillini, che deve essere un evento devastante per animali così intelligenti e che portano in braccio per settimane il figlio morto. Nei gorilla vale la spiegazione classica dell’infanticidio per vantaggio riproduttivo: dato il lungo periodo di svezzamento dei cuccioli e la struttura ad harem, il nuovo maschio dominante ha fretta che alle femmine ricominci il ciclo mestruale.

Che dire dei nostri stretti cugini scimpanzé, con cui condividiamo il 98% del patrimonio genetico e con cui eravamo interfecondi sino a 5 milioni di anni fa? Non c’e’ ovviamente neanche bisogno di chiederlo, gli scimpanzé sono i più complicati (tra i primati non umani). Il problema con gli scimpanzé e’ che le cause dell’infanticidio, comune e osservato direttamente in diversi casi, non sono sempre chiare. Non solo i maschi sono infanticidi, infatti, ma anche le femmine, e c’e’ almeno un caso osservato direttamente di un cucciolo ucciso da una coppia, maschio e femmina. Il comportamento infanticida delle femmine si può spiegare, secondo Jane Goodall, in termini di eliminazione di competitori per le risorse e come fonte di proteine.

Anche tra altri primati e’ possibile l’infanticidio da parte di altre femmine ma le cause sono completamente differenti. In quelle scimmie, infatti, in cui i legami tra le femmine del gruppo non sono strettissimi, è possibile che una femmina senza figli rapisca un cucciolo per puro istinto materno. Se la rapitrice e’ dominante non ci sono speranze che la madre recuperi il cucciolo, che muore di fame perché la madre adottiva non e’ in lattazione. Tra i primati le “nurseries” sono rare, mancano quei contesti sociali in cui una femmina si occupa di cuccioli non suoi mentre le madri biologiche cercano cibo. Le colobine come i langur e le femmine umane sono le uniche scimmie che affidano tranquillamente i loro piccoli alle nonne e alle zie per via della struttura sociale tra femmine, più rilassata rispetto ad altre scimmie a elevata struttura gerarchica.

Che dire di noi umani? Quanto la competizione tra sessi per la trasmissione dei geni influenza la sopravvivenza dei piccoli? Non siamo particolarmente diversi dagli altri primati in questo, e l’infanticidio e’ parte della nostra struttura sociale e lo e’ sempre stato, da Sparta, a Erode, alle campagne cinesi d’oggigiorno, ma forse è più prudente se a trattare l’argomento sia uno psicoanalista che parli di patologia sociale e non uno zoologo che parli di vantaggi evolutivi nell’infanticidio.

LISA SIGNORILE laureata in Biologia, Vive nel Regno Unito, dove ha preso un Master in Forestry Protection e un Ph.D. in genetica delle popolazioni presso l’imperial college London. E’ autrice dal 2007 del blog l’Orologiaio Miope e di vari libri che parlano di zoologia ed evoluzione. Dal 2012 scrive per National Geographic Italia. Si occupa professionalmente di genetica di popolazioni