Tutti genitori tranne colei che partorisce?

Come il dibattito sulla maternità surrogata tenta di cancellare le differenze di genere, i corpi e il ruolo di chi fa nascere il bambino 

Le insidie del linguaggio sono molte. E quando parliamo di donne ed uomini possono diventare vere e proprie trappole che inchiodano soprattutto le donne a ruoli subalterni, complementari  o di servizio. Il potere maschile si serve anche del linguaggio per affermare la sua supremazia. Lo abbiamo visto con la pretesa di usare sostantivi maschili per cariche di potere o di prestigio anche se ricoperti da donne.  Alcuni insistono a chiamare ministro Maria Elena Boschi o Beatrice Lorenzin;  ambasciatore, le ambasciatrice di Francia o Germania in Italia; rettore o direttore le donne chiamate a guidare prestigiosi atenei o media o istituti di ricerca come il Cern. E’  Il maschile che si impossessa di un inesistente neutro per cancellare il femminile. E quando puo’ si spinge anche a cancellare le differenze che pure distinguono i generi. E i corpi che determinano l’appartenenza al maschile e al femminile perdono le loro particolarità e vengono cancellati. E’ quello che è accaduto durante il dibattito sulle Unioni civili, in particolare per quel che riguarda sia l’adozione del figlio del partner, che della maternità o gestazione per altri (Gpa)che è cosa molto diversa.  Strumentalizzata ad arte anche in questo caso per cancellare le differenze dei corpi.

 Difficile infatti che una coppia lesbica ricorra alla Gpa  per avere un figlio quando basta la fecondazione in vitro eterologa (con seme maschile da donatore);probabile che vi ricorrono coppie eterosessuali con problemi di sterilità della donna (le statistiche ci informano che sono infatti oltre il 90% le coppie eterosessuali che vi accedono); certa nel caso di coppie gay. Anche la discussione aperta e per me interessante sul valore della genitorialità biologica o genetica rispetto a quella sociale, lascia da parte ed esclude, purtroppo anche con la complicità di alcune donne,  la gestazione, come non facesse parte della genitorialità. Eppure l’unica certezza è che finora si nasce tutti e solo dal ventre di una donna. Osservazione molto banale che viene però rimossa perché porta con se la differenza che esiste tra donne e uomini rispetto alla procreazione e genitorialità.

Uomini e donne non sono alla pari. Al donatore di spermatozoi si richiede di riempire un contenitore col suo seme. Basta qualche minuto del proprio tempo,  un po’ di fantasia e qualche immagine porno. Alla donatrice invece si richiede settimane di bombardamento ormonale a cui segue un prelievo di tipo  chirurgico in anestesia. La fertilità di donne e uomini è diversa: le prime hanno un numero definito di ovociti i secondi no. L’orologio biologico scandisce la vita fertile delle donne non quella degli uomini. Differenze dei corpi. Che nessuna donna ha mai pensato di denunciare come una discriminazione, denunciandone e ribellandosi  invece all’uso discriminatorio che gli uomini ne fanno (accesso al lavoro, licenziamenti per maternità, minori salari, sbilanciamento nel lavoro di cura etc etc)

 Il potere  di generare è finora solo delle donne (sia che decidano o non di usarlo), ed è stato usato per secoli dagli uomini per esercitare e avocare a sé  il potere sulla scena pubblica e sociale. Ma ora che il corpo delle donne  rischia di metterli in secondo piano rispetto a sogni di paternità biologa o sociale, è meglio occultare e cancellare quella diversità e potere. E come per incanto spuntano i paladini della libertà della donna di decidere sul proprio corpo. Lo slogan delle battaglie femminile diventa il vessillo di molti uomini purché resti nell’angusto recinto del desiderio sessuale o genitoriale che loro nutrono. Il proprio desiderio, lecito e umano,  viene subito tradotto in diritto. E il diritto si trasforma nel dovere di altri e della società di soddisfarlo e garantirlo. Nel caso della Gpa siamo sicuri che sia lecito che le donne siano “obbligate” a garantirlo? Se si  proclama il diritto e la libertà delle donne sul proprio corpo si puo’ poi  ricorrere a contratti che negano loro la completa libertà sul proprio corpo, negandole ripensamenti sia per interrompere la gravidanza o decidendo di non cedere più il bambino nato?

 Non intendo affrontare il tema dello sfruttamento economico, mi limito però ad osservare che se lo slogan del femminismo fu il rifiuto della maternità come destino e scelta obbligata, trasformarlo ora in opportunità economica o scelta per il bene altrui mi lascia interdetta. Ma non ho dubbi  che la libertà  non puo’ essere ad intermittenza. O c’è sempre o non c’è mai.  Non puo’ quindi essere invocata da chi firma contratti come quelli predisposti ad esempio negli Stati uniti che privano la gestante del diritto di interrompere la gravidanza o la obbligano ad abortire alcuni embrioni o le impediscano di ripensarci e tenere con sé il bambino.  Le uniche libertà sono di chi vuole diventare genitore e il gesto “altruistico” della donna ha un prezzo.

Il “gesto altruistico” è una nuova distorsione linguistica. L’Australia è il paese dove non è ammesso il pagamento per la madre surrogata e le concede la libertà di scelta fino alla fine. Da una ricerca realizzata dal governo australiano pochissime sono le donne disposte a farlo gratuitamente e ancora meno sono i committenti disposti a rivolgersi a loro, vista appunto la libertà concessa alla gestante. Più del desiderio di genitorialità conta la certezza del diritto del contratto vincolante per la gestante.  

In Italia a proposito del gesto altruistico si è fatto il paragone con la donazione di organi fra viventi, un tempo limitata ai soli familiari ed ora aperta anche agli estranei purchè senza alcun compenso. Anche in questo caso i gesti altruistici sono stati pochissimi ed hanno riguardato prevalentemente persone rinchiuse in carcere per gravi delitti con relativa lunga detenzione. Desiderio di espiazione e riscatto? O anche la ricerca di comportamenti modello per attenuare la pena? Difficile saperlo. Ma sicuramente improprio il paragone. A meno che non si voglia ancora una volta inchiodare le donne ad un ruolo sacrificale ed altruistico che poco ha a che fare con la libertà e l’autodeterminazione.

La maternità e il corpo non è un tema nuovo per le donne e per il femminismo. E neanche le nuove possibilità offerte dalla scienza.  Ma la discussione ora diventata di attualità, nella sua semplificazione e cancellazione delle differenze tra il corpo delle donne e degli uomini,  rischia di non contribuire alla formazione di un’opinione pubblica informata e capace di maturare un proprio giudizio. Dispiace che anche la comunità omosessuale in Italia abbia in larga parte, ad eccezione dell’Arci lesbiche, rinunciato a queste differenze che segnano la vita di gay e lesbiche.

La scelta di preferire la scorciatoia della semplificazione e contrapposizione ora di natura politica ora religiosa rischia di impedire una discussione profonda su temi e termini vitali e fondamentali di ogni società come la libertà, il desiderio e il diritto.

CINZIA ROMANO giornalista, ha lavorato per 25 anni all’Unità e ha poi scelto la libera professione. Ha firmato e realizzato per la Rai i programmi “Le Ribelli del Novecento” e “Le donne della Costituente”. E’ tra le fondatrici del gruppo Donne e informazione e della Rete delle reti femminile (www.retedelledonne.org).