“I bambini hanno un prezzo ?” La maternità nel XXI secolo. Interrogativi

Una premessa

Lo scopo di questo lavoro è un tentativo di “analisi del discorso” inerente alla maternità oggi. Un “discorso” è costituito da immagini, rappresentazioni, narrative riguardanti un determinato tema, presenti nelle pratiche dell’immaginario collettivo. Si tratta di identificarne i nuclei tematici e collegarli tra di loro: nel nostro caso il metodo psicoanalitico ci può fornire una chiave di lettura dei codici comunicativi che sottendono il discorso. Non è dunque la maternità in quanto fenomeno sociologico a interessarci, ma la sua rappresentazione collettiva, che vediamo qui solo parziale e abbozzata, data la complessità del tema. Si potrebbe tuttavia “pensarla” in una più ampia prospettiva, se alcune delle ipotesi qui delineate si rivelassero utili ad esplorare, oggi,  il campo delle motivazioni profonde alla generazione e alla genitorialità nel mondo che cambia.

1) “Orologio biologico”, “età fertile”, “essere/non essere sterile”.

Ogni donna probabilmente ha sentito usare, e ha usato, queste parole: quanto meno nel mondo occidentale, sicuramente nell’Europa mediterranea. Parole che fanno parte di uno “sciame semantico” che nel periodo delle unioni omosessuali, e relative adozioni, si arricchisce di altre parole-immagine: “utero in affitto”, “ madri sostitute o surrogate”, “stepchild adoption”, tecnicismo che nasconde probabilmente un intento eufemistico o forse solo una difficoltà di traduzione. Come sempre, la presenza di turbolenze semantiche è indice di cambiamenti in atto, ma anche di malessere: è evidente che secolari “bastioni” o meglio “pilastri psicosociali” (Kaës) stanno oscillando sotto il vento di mutamenti che risuonano nella psiche collettiva, ma anche individuale di uomini e donne.

E’ in questione la maternità: forse, nell’Europa mediterranea, uno dei valori meglio difesi. Tanto difeso, da essere diventato un vero e proprio, radicato, vigoroso, intoccabile tabù. In una società e in una cultura apparentemente libere da freni nell’affrontare, e soprattutto esibire, qualsiasi argomento per quanto scabroso, il tema della maternità, nel dibattito culturale come nei mass-media, rimane sostanzialmente coperto da un tacito patto di non-ingerenza. Meglio specificare: la questione è la “non-maternità”. Il 31 agosto 2015 , sul quotidiano francese “Libération”, la psicoanalista della SPP Marilia Aisenstein scrive un articolo dal titolo significativo, “Un enfant a quel prix”, traducibile con: “Un bambino, ma a che prezzo ?”.

Non è la prima ad affrontare l’argomento, basterà ricordare in Francia Elisabeth Badinter, ma lo fa a partire da un’idea specificamente psicoanalitica: quella di un lutto nascosto, ma profondamente radicato nell’esperienza della maternità – non solo nelle donne che la vivono, ma anche nei gruppi che le circondano, nella mentalità dei sanitari, nel mercato, in breve nell’ideologia corrente. Un lutto che potremmo collegare a quella “paranoia primaria” di cui parlava Fornari a proposito della gravidanza e del parto, a partire dal suo lavoro sui sogni delle madri in gravidanza.

Da allora, l’immaginario e la fantasmatica, peraltro inesauribile, delle donne in gravidanza è stato ampiamente esplorato. L’interesse dell’intervento di Aisenstein risiede nella sua analisi del “discorso” sulla maternità che costituisce l’ideologia corrente in materia. Aisenstein ricorda le due richieste femminili e femministe di un tempo: un bambino, “quando voglio” e “come voglio”, alle quali tuttavia non si aggiunge una terza affermazione non meno importante: “se lo voglio”. Su quest’ultimo punto, il discorso si blocca: è una richiesta espulsa dalla visione corrente, è un tabù.

La donna occidentale è stata ed è ancora, a ben vedere, l’oggetto di un’ipoteca inesorabile: quella di una maternità “pragmatica” e performativa, senza la quale la donna rimane priva di una identità accettata, o addirittura è caricata di identità negativa. Non avere figli è un fatto legato a un “rifiuto” o a una “mancanza”. Ma non è stato sempre così, secondo Aisenstein. Nel pantheon greco-romano esistono dee (Atene, Artemide) che escludono la maternità dalla loro immagine, e nella statuaria non esistono dee in stato di gravidanza, come avverrà secoli dopo per la Vergine Maria. Troviamo d’altra parte, una figura alla quale Georges Devereux, il fondatore della etnopsicoanalisi e dell’ etnopsichiatria, dedica un saggio di “etnopsicoanalisi complementarista”, come chiama  la sua metodologia originale.

 Si tratta di Baubò, “la vulva mitica”, personaggio mitologico legato a Demetra, la dea della fertilità. Nel racconto mitico, Baubò la accoglie quando Demetra è profondamente addolorata per la perdita della figlia Persefone (Proserpina per i romani) rapita da Ade/Plutone e portata agli Inferi. Il dolore di Demetra ha bloccato la fertilità della terra: Baubò la distrae, danzando e, alla fine, mostrandole i genitali.  Demetra ride, ritornano i frutti della terra.Il gesto di Baubò farà di quella sua figura apparentemente secondaria la protagonista di una vastissima produzione di immagini, nelle quali il corpo, e persino il viso, si identifica completamente con la vagina. Una sorta di anticipazione del noto quadro di Courbet “L’origine del mondo”. E’ la vagina, e non il ventre, il collegamento con la maternità: l’immagine, semmai, è solo quella del parto in atto. Nel mondo della religione greco-romana, al centro si trova la paternità e l’amplesso, di cui la gravidanza è solo un esito senza storia,  un “non pensato”. La maternità compare con il cristianesimo e la santificazione di Maria. “Vergine madre, figlia di tuo figlio” la definisce Dante, in linea con la teologia ortodossa e volutamente indifferente alle contraddizioni  insite nella definizione, risolte dalla/nella pura fede.

E’ significativa inoltre la più antica preghiera riguardante la Vergine Maria: nel testo si dice “benedicta tu in mulieribus”, tradotta in italiano “benedetta tra le donne” mentre forse “in” si potrebbe leggere “in ciascuna donna”. Più avanti, si trova “benedictus fructus ventris tui Iesus”, tradotto per i fanciulli, con significativo eufemismo, “figlio del seno tuo”. Ma l’espressione “fructus ventris tui” non potrebbe far pensare a una immagine  legata a un’idea mediterranea arcaica, la fertilità della Terra?. Del resto l’immagine della Madonna incinta si diffonde soprattutto nel tardo Medioevo, dopo che le grandi epidemie di peste hanno reso necessario ripopolare l’Europa: la famosa, bellissima “Madonna del parto” di Piero della Francesca è ancora più tarda, è del 1460. Tra le “religioni del Libro”, è indubbio che il Cristianesimo (che in un modo o nell’altro pervade tuttora in gran parte la cultura del mondo occidentale) attribuisce alla donna una “Santificazione ufficiale”, salvo rinviarla subito dopo, esclusivamente, alla maternità come funzione e come fonte di identità.

E’ dunque una santificazione della maternità e molto meno della donna, che della maternità sembra quasi un contenuto, piuttosto che un contenitore. Eppure, notava Aisenstein,  in ogni epoca non sono mancate donne che non volevano avere o “fare” figli, nonostante la disapprovazione sociale, espressa talora con termini spregiativi: in italiano tipica la parola “zitella”,  riferita a una donna nubile a vita, e implicitamente casta,  non per scelta ma per disgrazia. Temi apparentemente lontanissimi rispetto al nostro mondo spregiudicato, dove grazie alla contraccezione la sessualità si è resa del tutto indipendente dalla procreazione. Sembrerebbe,  perché la procreazione torna all’appuntamento: stabilito da un “orologio biologico”, oggi forse meno esigente nella realtà della biologia, ma fantasmaticamente incombente nell’immaginario sociale.

Nessuno nega, qui, l’esistenza, la potenza e la liceità assoluta del desiderio di maternità: è la sua equiparazione a un “istituto” sociale che può indurci a interrogarne le manifestazioni. La donna, soprattutto giovane, che “desidera” un figlio, magari senza poterlo avere facilmente come le altre, può entrare in una sorta di purgatorio personale, nel quale il gruppo delle coetanee gioca un ruolo importante. Sembra invalso l’uso , tra amiche incinte, di scambiarsi dei “selfie” non del volto ma del proprio ventre in crescita esponenziale, sempre più “pancione”, da esibire anche nei social network. Anche qui, come Baubò con la vagina, si crea quasi una fusione tra il viso e il ventre gravido, in una “confusione zonale” come quelle di cui parlava Meltzer a suo tempo.

Si apre qui il terreno dell’ esibizionismo/voyeurismo che gli attuali mezzi di comunicazione potenziano enormemente, con l’erotizzazione implicita della donna gravida. La “maternità mostrata”, e dimostrata, sembra in alcuni momenti il collante emozionale/fantasmatico che unifica, trasversalmente, la richiesta di paternità e maternità sia sulla sponda eterosessuale sia su quella omosessuale, con l’aiuto del Web e dei mass-media. In questo contesto la “madre surrogata” assume una funzione, magari socialmente latente, ma ben ancorata all’immaginario collettivo, di testimone e garante del desiderio di un figlio da parte della coppia che “affitta” la madre surrogata stessa, quale madre non-autentica,  addirittura mercenaria,  ma produttrice di autenticazione.

In ogni modo, si può essere molto lontani da una maternità scelta consapevolmente. Ci si trova dalle parti della bambola Barbie, il cui corpo snello e perfetto rappresenta, dal lontano 1959, l’ideale prepubere di milioni di bambine. Apparente negazione della maternità, tra l’altro perché è da sempre fidanzata ma non sposata con Big Jim, Barbie ha un piccolo settore nel suo vastissimo universo visuale, in cui appare non solo sposa (virtuale) ma anche incinta, realizzando (probabilmente nella più totale inconsapevolezza dei suoi creatori umani) il paradosso della vergine-madre. Un paradosso che, a ben vedere, viene concesso in particolare alle donne di successo senza prole né desiderio di maternità. Sono infatti considerate, nell’immaginario collettivo, quali madri sempre potenziali, allo stesso titolo di quella che fu storicamente la più nota tra  esse, Elisabetta I, che era chiamata la “regina vergine” perché madre dei suoi sudditi e della nazione, quindi felicemente impossibilitata , nell’immaginazione popolare, ad avere figli carnali.

Come è possibile allora, uscire dalla presa fantasmatica della maternità-Barbie ? Aisenstein suggerisce, per accedere a un desiderio di maternità adulto, la necessità di un “lutto”. Tale lutto riguarda il desiderio non tanto di emulare, quanto di reincarnare tout court la propria madre; desiderio nato con il regalo della prima bambola, che assume tra l’altro (certo, non solo) il significato di un copione prestabilito: tu sarai come la mamma, la nonna, la bisnonna e su su fino a una proto-figura materna da cui tutto ha avuto origine. Essere la bambina-con-la-bambola, fotocopia della mamma-col-suo-bebè, significa dunque negare totalmente il tempo che passa, e insieme la novità di oggi. Se il desiderio di un figlio, e la sua nascita, può legittimamente far sentire alla neo-madre di aver realizzato il compito immemoriale di proseguire la specie, esso può anche produrre, nella odierna temperie di negazione/oblio della storia, un’esperienza di auto-creazione narcisistica, a metà tra la fantascienza e la magia.

 E’ un’esperienza facilitata dallo straordinario dispiegarsi della tecnologia in aiuto della gravidanza e del parto, vissuta a sua volta come onnipotente e infallibile. Ma le attese gruppali e collettive, se deluse, sono pronte a tramutarsi in frustrazioni violente e persino produttrici  di violenza fisica (proteste, manifestazioni), in quanto infiltrate da fantasmi di dominio totale su ogni possibile evento avverso o imprevisto. Il figlio, su questa linea, può diventare il motore di un fantasmatico, interminabile benessere narcisistico; diventa la medicina di tutte le relazioni imperfette che la neo-madre può avere vissuto e sperimentato intorno a sé. La sua presenza è tanto più obbligatoria quanto più la coppia genitoriale vive quella nascita come il perfezionamento di una sorta di personale “congiura” alle spalle del mondo, quella di poter restare segregata all’interno del sogno perfezionista di una genitorialità senza intoppi, sempre felice, cementata dal bambino “magico” prodotto inconsciamente proprio a questo scopo.

La donna non-materna e il padre non-paterno sono invece la negazione di tale sogno, la forma, incomprensibile, di una vita ai margini, pericolosamente antisociale, ancor più temuta se dovesse coincidere con il successo sociale oltre che personale. Quello che un tempo nella comunità omosessuale era, probabilmente, un asse portante del senso di identità – la voluta e accettata negazione della genitorialità tradizionale – tende ora a scomporsi e ricombinarsi, nel momento in cui le coppie omosessuali si “normalizzano” adottando non solo i figli, ma i modelli propri di ogni altra coppia fertile. Importa sottolineare che nasce da questa situazione qualcosa che non è solo un’ unica ambivalenza diffusa, ma una serie stratificata di conflitti latenti, a vari livelli di consapevolezza, in cui si mescolano ideologie, modelli di vita, difese evolute e primitive, ulteriori ambivalenze impreviste, e probabilmente una versione dell’ambiguità come fenomeno inconscio primario destinata, forse, a risolversi solo in tempi molto lunghi.

2) A proposito di ambiguità, si è trascurata negli attuali dibattiti una significativa presenza fantasmatica. Per riprendere una nota affermazione, “uno spettro si aggira per l’Europa”. Non quello del comunismo, cui era originariamente riferito, ma quello della denatalità. L’Europa è in deficit di nascite: e molto prosaicamente tutto il sistema di protezione della popolazione e soprattutto dell’anziano (leggi welfare e pensioni adeguate) che il cosiddetto “capitalismo renano” era riuscito a inventare, traballa sotto i colpi di questa crisi. Il nostro sistema sociale avrebbe allora bisogno di “madri surrogate” che facciano nascere sempre più figli predisposti a creare ricchezza (ma come?) per sostenere lo status quo, almeno a livello accettabile. Fortunosamente, la generazione dei nonni e dei padri di oggi, sta cercando una immaginaria “stepchild adoption”, un figlio senza volto, al quale demandare il mantenimento del proprio benessere post-lavorativo. Solo che questo figlio non appare all’orizzonte, e forse c’è qualcosa, nell’idea di coppie omosessuali che adottano figli, che crea in questo clima la sensazione di un “perturbante”. Potrebbe esserci una domanda sotto-traccia: ”Cosa ci assicura che quei bambini saranno allevati a riconoscere genitori e nonni con la stessa sicurezza, con lo stesso senso della stirpe che sta alla base della attuale staffetta generazionale ?” Gli oppositori della pater/maternità omosessuale forse sottolineano inconsciamente questo mutamento dei legami, i legami di “sangue”, quella co-sanguineità che giace nelle profondità dell’esperienza comunitaria come ci è stata tramandata dalle generazioni dei secoli passati. E’ tutto un sistema di valori radicati nel profondo emozionale-inconscio che si sta ristrutturando sotto i nostri occhi senza che ne abbiamo la chiara percezione.

 

3) D’altra parte, un altro spettro si aggira, non tanto in Europa, quanto nel resto del pianeta Terra. E’ l’opposto del precedente: non de-natalità ma iper-natalità.

Mentre nel mondo tecnologicamente avanzato si studiano metodi sempre più raffinati per sconfiggere la sterilità e offrire figli a madri che non potrebbero averne, nel resto del mondo altre madri, nonostante condizioni di povertà estrema, danno alla luce incessantemente sempre nuove vite, in numero proporzionalmente crescente, col ritmo della progressione geometrica che per il momento non sembra attenuarsi.  Non c’è dubbio, per la nostra sensibilità etica, che ogni nuovo nato, qualsiasi sia la sua origine, abbia diritto a vivere e crescere nel modo migliore possibile e che l’enorme disparità tra il mondo ricco/sviluppato e quello sottosviluppato, che dell’intero pianeta costituisce tuttora la maggior parte, rappresenti moralmente uno scandalo e politicamente una gravissima contraddizione. E’ evidente tuttavia, senza per questo evocare il reverendo Malthus, che nell’attuale stato di cose si profila, in tempi non troppo lontani, un conflitto non meno grave del precedente tra la crescita della popolazione, apparentemente inarrestabile, e la disponibilità di risorse, in un pianeta messo in pericolo dallo sfruttamento intensivo delle medesime, di cui si cominciano a misurare gli effetti, ormai non così lontani come qualcuno pretende ancora.

Quale “discorso” viene costruito, nella mentalità e nell’immaginario collettivo, su queste evidenze, sempre più visibili anche al di fuori delle fasce più colte e consapevoli della popolazione dei paesi “ricchi” ? Significativamente, esiste ormai una consolidata rappresentazione, nei mass-media popolari, di una imminente fase apocalittica nella quale vengono al pettine i nodi dell’evidente incompetenza politica e della non arginabile avidità umana, con effetti profondamente distruttivi estesi alla sopravvivenza stessa dell’umanità.

In pratica, la maggior parte dei cittadini europei sembra ormai entrata mentalmente a contatto con questa pre-visione, trasportata dal potente flusso continuo delle informazioni rese disponibili dai mass media, dalla Rete, dalla pubblicità. Al centro, o meglio alla base, di questi “discorsi” o”narrazioni” non si trova un sofisticato ragionamento politico-economico ma un costrutto di idee molto più semplice: che esiste un conflitto tra risorse e generatività, declinato su due piani: quale minaccia all’equilibrio planetario globale, e quale minaccia per il benessere e la ricchezza acquisite (illusoriamente, una volta per sempre) nella parte sviluppata del mondo, l’Occidente.

Si configura, tutto questo, come un vero e proprio “complesso” nel senso psicoanalitico del termine: un sistema di rappresentazioni e affetti che circola collettivamente, ma anche individualmente, tra coscienza, preconscio e inconscio, alimentato dal dinamismo delle sollecitazioni diffuse ovunque a livello immaginario. Il cerchio si chiude, allora, di nuovo sul tema della maternità, intesa, come direbbe Kaӫs, come un “bastione” insieme metafisico e psicologico-sociale della vita personale, ma anche quale punto di convergenza delle tensioni che percorrono tutti i vissuti, dai più intimi a quelli condivisi collettivamente. La generatività costituisce il nucleo trasversale degli eventi più felici e carichi di vitalità, le nascite, ma anche, insieme, dei drammi e delle tragedie che approdano, insieme con i migranti, alle sponde della pacifica (o, forse, piuttosto frivola?) Europa.

4) Torniamo al punto sottolineato da Aisenstein: il lutto, necessaria premessa di una maternità consapevolmente scelta, creata dall’amore tra due esseri umani, dove un figlio è desiderio di un “altro” da sé e non appendice del proprio sé.

E’ un lutto, non necessariamente così doloroso, che la futura madre potrebbe/dovrebbe sperimentare: relativo all’immagine di sé stessa bambina, “proprietaria” della  sua bambola-bebè che riproduce perfettamente la figura materna, un’identità anacronistica, ingannevole anche perché atemporale. Solo attraverso questo particolare lutto delle future madri in e su sé stesse si interromperebbe la catena delle maternità-tipo-Barbie, immutabile nel tempo come la mitica bambola con quel nome. Ma questo lutto non è semplice, non solo perché ostacolato da mille resistenze, ma anche  poiché risale, per così dire, ai livelli più alti, quelli transpersonali riguardanti la crisi delle certezze sopra descritte. La percezione della spinta alla denatalità in Europa implica per esempio un “altro” possibile vissuto di lutto: quello del proprio mondo progredito e in progresso, sperimentato nella seconda metà del Novecento in un’ Europa miracolosamente ricostruita, dove è fornita a tutti i cittadini, in particolare alle madri, la protezione di uno Stato-Provvidenza che si configura come immagine materna onnipresente.

Gli attuali figli dell’Europa non sono più così sicuri di vivere un futuro tanto protettivo e tranquillizzante: e le madri di oggi forse cominciano a percepire inquietanti presenze al di là della linea dell’orizzonte,  suoni e luci che non si sarebbero mai immaginate prima. La maternità-Barbie si giustifica, allora, come difesa istintiva, eretta, con l’aiuto dell’industria della maternità, contro questi vissuti subliminari. Ma l’inquietudine serpeggiante per l’ ormai incerta attesa, presto delusa, di un progresso infinito e indubitabile, aumenta e si allarga se lo sguardo si rivolge a un orizzonte più ampio. Da chi verrà una parola capace di contenere insieme diritti e doveri, desideri e rinunce dell’intera umanità? Una parola, una narrativa che tolga alla maternità un suo lato nascosto e “perturbante”- quello di mera lotta per lo spazio vitale?

Se la denatalità si colloca lungo l’asse del tempo, l’iper-natalità investe il tema dello spazio, della convivenza, non più solo metaforica, “gomito a gomito”. Davvero la neo-madre (europea) di oggi ignora allegramente questi messaggi che fluttuano nell’aria elettronica che ci circonda?

Il lutto che si delinea è anche quello di una volontà di potenza politico-tecnologica nata dal progresso scientifico e dalla sua inarrestabile espansione. Quando Freud scriveva “L’interpretazione dei sogni” le sorgenti del Nilo non erano ancora definitivamente accertate, oggi lanciamo sonde su Marte ed esploriamo l’Universo. Eppure, miliardi di esseri umani vivono ai limiti della sopravvivenza. Le madri surrogate, in questo clima, portano con sé una negazione del limite, una riaffermazione della “Volontà di Potenza” (l’equazione “volere è potere”) che tuttavia non può più essere come in passato un “semplice” dato di fatto, un ennesimo successo tecnologico sulla strada del progresso. Senza saperlo, portano sulle loro spalle alcuni dei carichi, sociali ed emotivi, più pesanti dell’epoca attuale. Senza saperlo, fanno domande, di cui pochi tra quanti le utilizzano sembrano curarsi. Sono, appunto, un surrogato, ma di che cosa? Si potrebbe pensare che siano diventate delle “chimere”, animali compositi presenti nel nostro più antico immaginario, che non si osa interrogare davvero.

Questo, potrebbe essere il compito dell’indagine psicoanalitica, operazione delicata che può toccare, come si è visto, i nervi scoperti delle comunità coinvolte nelle “nuove maternità”. D’altra parte la necessaria cautela, di fronte a tanti conflitti, non ci autorizza a negare l’espansione in atto di nuovi modi di vivere, di mettersi in relazione, di pensare. Proprio perché costringe a pensare, a ri-memorare, a “riflettere”, il lutto non è necessariamente un’ esperienza negativa. La sfida che propongono le nuove paternità/maternità, le nuove figure genitoriali, le nuove forme dell’accudimento, è proprio questa: che è necessario “pensarle” attraverso i filtri delle angosce che provocano, attraverso le esperienze della perdita e del lutto che vi sono inevitabilmente connesse. Il ruolo della psicoanalisi in questa avventura umana è evidente, in quanto le è permesso di conoscere dinamiche e meccanismi che approcci più superficiali e ideologici non riescono ad attingere. E tuttavia, in psicoanalisi, attraverso l’esperienza clinica che si fa ogni giorno a contatto con le sofferenze e le domande poste ai pazienti, si è consci di quanto sia appunto necessaria una straordinaria attenzione e cautela nello sforzo di rendere pensabile ciò che dapprima non lo era, ciò che sembra ancora rifiutarsi di accedere al pensiero così come lo configura l’esperienza psicoanalitica: non pensiero razionale, ideologico, ma elaborazione di quanto è già presente nella mente ma non ha ancora una forma.

Riprendendo un’immagine di Bollas, il terreno delle nuove maternità appare più che mai come quello del “conosciuto non pensato”, che si tratta di far pervenire a una consapevolezza in cui convivano ragione e affetti, vissuti e linguaggi, pensieri ed emozioni – dove, psicoanaliticamente, l’Io dialoga con le altre istanze della psiche e se ne arricchisce

PIETRO RIZZI è psicoanalista, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana